[Informasoci] Dalla nostra socia Carta PDF Stampa E-mail
Vi inoltro riflessioni molto interessanti e parecchie domande alle quali pensiamo sia importante dare attenzione collettiva e diffusa, rispetto al futuro di "Carta", strumento di informazione e comunicazione e relazione, che in questi anni è stata presenza preziosa per tutti i mondi che camminano domandando e praticando testardamente l'immaginazione del futuro.
Spero troviate modo e tempo di leggere con attenzione e di dare eventualmente il vostro contributo: per chi non è iscritto alla lista democraziakm0, potete mandarlo o a me che lo inoltro oppure direttamente all'indirizzo di carta che trovate tra i destinatari (oggetto: sul futuro di carta)
Grazie e buona lettura!
Giovanna


Cari tutti [e tutte, o viceversa], vi invio un testo che ho scritto e che secondo me serve a capire quali alternative abbiamo davanti a noi, se vogliamo che questo giornale viva. Sono convinto che se non facciamo qualche cambiamento radicale rischiamo seriamente di chiudere bottega. Mando questo testo sia a soci e dipendenti della cooperativa che a un certo numero di compagni e soci, a partire da quelli che si sono scomodati a venire qui il 12 dicembre, o che sarebbero venuti se avessero potuto, ai quali chiedo di farlo leggere a chi secondo loro è interessato [non ho tutti gli indirizzi]. Gigi Sullo
Cari compagni e soci, compagne e socie, vorrei ragionare con voi sul futuro di Carta, all’indomani della riunione con i nostri amici, il 12 dicembre scorso, dopo varie discussioni che abbiamo fatto in redazione e dintorni, dopo il probabile rientro della minaccia di toglierci la legge per l’editoria [quest’anno, il prossimo non si sa] e alcuni altri eventi di fine anno. Ad esempio, il nostro principale creditore, lo stampatore, è caduto causa crisi nelle mani di banche e pescecani e ha preteso il rientro di tutto il debito, in forma di 100 mila euro liquidi subito e di cambiali mensili di qui a tre anni, dopo di che hanno cessato di colpo l’attività senza avvertirci, costringendoci a saltare un numero e a cercare in due giorni un’altra tipografia. Per di più, Banca Etica, con cui facciamo questa operazione da sei o sette anni, senza alcun problema per loro, ci ha fatto ritardare di un mese la cosiddetta cessione del credito, ossia l’anticipazione dell’80 per cento sul credito che Carta ha maturato nei confronti dello Stato per il 2009, così che i soldi arriveranno con un mese di ritardo, gli stipendi pure, ecc. [Non la faccio lunga, dico queste cose per far intendere anche a chi non lavora qui e non prende stipendio da settembre quanto difficile sia tenere a galla la barca].
Mi pare che nella discussione del 12, molto confortante per presenze e calore, sia prevalsa l’idea che trasformare Carta in un mensile sia risultata sgradita ai più. Ezio Bertok, il nostro compagno No Tav di Torino, ha scritto ad esempio: «I tempi della politica e gli eventi sono troppo rapidi per guardare ad essi soltanto una volta al mese: è pur vero che la possibilità di approfondimento cresce ma cresce parallelamente il rischio di non dare visibilità a fatti che la richiedono ed esigono tempi più rapidi. […] L'eventuale passaggio da settimanale a mensile sarebbe visto da molti in chiave negativa, come un segno di rinuncia, di disimpegno e contraddittorio rispetto recenti iniziative che danno invece il segno di una crescita [vedi ad esempio DKm0]».
Del resto, la stessa convinzione nutrono i redattori. Sbagliando, secondo me. Sono contento che ci sia tanto affetto per il settimanale. Però bisogna essere seri: fare un settimanale, nell’epoca della crisi della carta stampata, e in un mercato editoriale serial killer come quello italiano, è una impresa destinata al martirio. Già ora per sopravvivere abbiamo dovuto tagliare pesantemente tiratura e distribuzione, con il risultato che la gente ci scrive protestando perché il settimanale non si trova.
Anche se magari sono dettagli noiosi, vorrei che anche chi non lavora al giornale si facesse un’idea delle alternative che abbiamo, se ne abbiamo.
Noi saremmo orientati, continuando a fare il settimanale, a tenere la foliazione [numero di pagine, quantità di carta] attuale [64 pagine], riservandoci tre o quattro Almanacchi monografici l’anno [96 pagine con la brossura, cioè la costa, a 5 euro], con un punto interrogativo sul mensile Carta Estnord [che cercheremmo di fare solo se i costi sono coperti], mentre il settimanale CartaQui del Lazio e di Roma ha già cessato le pubblicazioni. In più, ci daremmo la possibilità di aumentare di 16 pagine l’edizione nazionale in media una volta al mese, per fare dossier tematici o territoriali [tutto sul nucleare o che succede in Piemonte alla vigilia delle regionali, ecc.] utili a raccogliere pubblicità o organizzare diffusione, e ancora supplementi speciali, sempre finanziati, o libri e librini, dvd, ecc. Gli allegati in genere coprono per lo meno i costi, aiutano le vendite del settimanale e contribuiscono ad allargare l’area di interlocuzioni.
Però una tale cosa si regge se, oltre a tenere alta la qualità del giornale [siamo poveracci, e il bluff si tiene solo se produciamo un giornale ben fatto, in tutti i sensi], ci impegnassimo tutti quanti a: 1] promuovere in tutti i modi abbonamenti [anche on line] e diffusione del giornale [indirizzando la gente su certe edicole o trovando altri punti di diffusione o organizzando diffusioni in occasione di eventi, ecc.], perché – tanto per dire - mille copie in più in un anno vogliono dire 70 mila euro circa di incasso; promuovere in ogni modo le altre attività di comunicazione, dai siti web ai prodotti con il marchio Clandestino, ai libri, per ricavarne la parte di reddito necessario a sostenere il settimanale.
Noi stiamo lavorando su ulteriori risparmi, in particolare la possibilità di ottenere lo «stato di crisi», che vorrebbe dire risparmiare un bel po’ sul costo del lavoro con ammortizzatori sociali vari. Altri risparmi sono possibili, ad esempio sulla carta, o nel cambio di tipografia [forse non tutto il male viene per nuocere], ma siamo all’osso, per cui – se appunto vogliamo essere seri - si tratta al dunque di aumentare considerevolmente gli incassi. Non ho cifre precise da fornire, ma all’ingrosso si può dire che il settimanale resta, allo stato delle cose, troppo oneroso. Il che significa che così stando le cose noi continueremmo a trascinarci in avanti facendo debiti pagando gli stipendi [molto modesti, per altro] con ritardi insostenibili.
Noi, qui, stiamo cercando di attrezzarci per fare meglio la promozione e la vendita dei nostri prodotti, ma è chiarissimo che non ce la faremo da soli, perché mantenere il settimanale e i siti web [Carta e Clandestino] non ci permette di spostare molte forze sulla organizzazione della diffusione alternativa e sulla promozione e vendita delle altre cose. Il 90 per cento delle nostre teste e del nostro tempo vanno sul settimanale e sui siti. Né possiamo pensare di fare altre assunzioni.
Di qui veniva la proposta – che mi ero permesso di avanzare alla fine del nostro incontro del 12 – di creare una società parallela alla cooperativa.
Questa società avrebbe presentato il vantaggio di alleggerire la cooperativa di funzioni [e forse di personale], ma avrebbe funzionato, questa proposta, se la cosa avesse coinvolto attivamente soci e compagni che non lavorano attualmente a Carta. Ad essa avrebbe potuto essere affidata tutta la comunicazione non strettamente informativa [cioè il settimanale e i siti web], come la produzione e vendita di tutti i prodotti Clandestino, i libri [per farne una vera e propria piccola casa editrice], la gestione della Sala Pintor, la promozione di eventi remunerativi [convegni, teatro, cinema, musica…], l’avvio di corsi di formazione [un primo esempio è lo Smarketing], ecc.
Diciamo che la cooperativa Carta, formata obbligatoriamente da giornalisti per via della legge per l’editoria, si sarebbe ridotta all’osso del suo lavoro giornalistico, mentre un'altra società, la famosa «agenzia di comunicazione», formata da soci diversi [tra cui noi di Carta, ovviamente] avrebbe avuto il compito di produrre reddito per il settimanale, oltre che di assicurare un reddito a un numero X di persone, e naturalmente di far circolare idee e campagne e di consolidare l’«altro mercato» che Carta ha negli anni abbozzato. Il bilancio della cooperativa si sarebbe giovata in questo caso di entrate provenienti dall’esterno, e alla società in questione sarebbe toccato renderli reali.
Perché ne parlo al passato? Perché un primo incontro sul tema, con diversi compagni dei Cantieri sociali, mi ha convinto che non vi è la condizione essenziale, ovvero la tentazione – da parte di altri che non siamo noi stessi – di scommettere su una attività da cui si può ricavare un reddito dignitoso, magari complementare a quello che già si ha, oltre che naturalmente fare cose interessanti e, scusate la parola, avoro politico di promozione di campagne, connessione di rete, ecc. A me, almeno, pare così, e lo registro serenamente: ogni cosa ha il suo tempo e i suoi interpreti, e talvolta non ha né il primo né i secondi.
Perciò resto convinto che la sola via praticabile sia quella del mensile. In questo ragionamento manca ovviamente un giudizio sul brodo in cui galleggiamo [se ci riusciamo]. Per dirla in due parole, a me pare che i tempi di coagulazione dell’«altra politica», che dovrebbe supportare un aumento sostanzioso della nostra circolazione, ruolo e utilità, siano molto lunghi e che noi rischiamo di annegare a metà del guado, ormai lontani dalla riva novecentesca che abbiamo abbandonato e mai abbastanza vicini alla riva del nuovo secolo. Come dice Chiara Sasso, e io sono d’accordo, la società è un pullulare di iniziative che si muovono in quella direzione. Il punto è però che per come siamo noi, e anche per come sono loro, non riusciamo se non in parte a raggiungerle, creare un legame con il nostro lavoro e ricavarne di che campare. Non a sufficienza, per lo meno, anche se resistiamo da undici anni.
Allora, ragioniamo un momento sul mensile. L’obiezione per cui i «tempi» sono troppo veloci non ha secondo me luogo a procedere: quei tempi li afferriamo, quando siamo bravi, in modo istantaneo con il web [siamo stati i primi, e quasi gli unici, a far circolare la notizia del presidio di Borgone, ad esempio, e su quella base abbiamo avviato una campagna, sempre e solo sulla rete, visto che oltretutto non abbiamo potuto stampare quel numero del settimanale]: i tre siti [Carta, Clandestino e Bottega] hanno ogni giorno circa 8 mila visitatori e 40 mila pagine scaricate, cifre piuttosto sostanziose. L’obiezione secondo la quale un mensile «sarebbe visto come un arretramento» ha qualche ragione, naturalmente, ma anche questo dipende: se il mensile fosse annunciato e spiegato come una innovazione e non come un disperato tentativo di tenere in vita la testata [come ha fatto una parte della redazione del Diario], con l’accompagnamento di un rinnovamento e rilancio del sito, oltre ad iniziative editoriali [libri] e politiche [incontri] scoppiettanti, questa sensazione potrebbe essere ricacciata indietro, ossia noi ci presenteremmo come il «mezzo di comunicazione» più adatto all’epoca di internet e non una cosa che agisce secondo parametri in declino. L’obiezione per cui «i mensili sono morti» - come dice Enzo Mangini – non ha molto fondamento, perché nel crollo generale della carta stampata a perdere di meno sono proprio i mensili «specializzati», ossia quelli con una missione chiara e che soddisfano bisogni informativi determinati e pratici: ad essere davvero morti, in verità, sono i «newsmagazines», tanto è vero che da un paio d’anni cerchiamo di «mensilizzare» il settimanale, cioè di offrire non informazione usa-e-getta ma informazione-formazione, campagne, reportage, approfondimenti e apparati informativi utili a fare rete [come nelle pagine dell’economia sociale]: la scelta della copertina sempre illustrata con un disegno obbedisce a questa logica. Solo che quattro mensili in un mese sono un po’ troppi, mentre la gente ha bruscamente diradato la lettura su carta stampata, come sappiamo.
Cosa, allora? Un mensile di 120 pagine, con la brossura, con una parte monografica ma che contenga anche una varietà di offerte [quanto a temi e generi], e che suggerisca la collezione: non è un caso che gli Almanacchi che abbiamo fatto nel 2009 abbiano venduto molto meglio dei settimanali: quello di agosto sulla crisi [il faccione di Marx] ha venduto il 30 o 40 per cento in più della media del settimanale, pur essendo uscito in agosto. Si obietterà: ma è rimasto in edicola quattro settimane. E io rispondo: appunto.
Ma vediamo gli aspetti editoriali ed economici. Un mensile di quel tipo potrebbe costare tranquillamente 6 euro [gli Almanacchi, 100 pagine, ne costano 5], ossia la metà di quanto un lettore affezionato spende in un mese. Con 12 numeri l’anno, la spesa per carta e stampa ovviamente crollerebbe [un mensile così fatto costa meno della somma di due settimanali, perché là le copertine e le messe in macchina sono due]. Sì, si dirà, ma crollerebbero anche gli incassi. Non è detto: per pareggiare gli attuali incassi del settimanale basterebbe che un mensile, a prezzo doppio, venda quanto due numeri del settimanale e, viste le premesse degli Almanacchi, non è impossibile: per di più, un mensile sarebbe molto più facile da gestire in una rete di distribuzione alternativa e sarebbe vendibile più a lungo [nella bottega on line ancora gente compra l’Almanacco Clandestino dell’aprile scorso, e chissà perché non abbiamo messo in vendita lì anche gli altri Almanacchi].
Però gli abbonati hanno pagato per 46 numeri di settimanale [120 euro], mentre noi offriremmo 12 numeri di mensile [abbonarsi al quale costerebbe presumibilmente 60 euro, la metà]. Agli abbonati si potrebbe comunicare che il loro abbonamento vale automaticamente per due anni [il che creerebbe un buco a fine anno], ma allo stesso tempo un abbonamento molto meno costoso potrebbe rendere più facile allargare la platea, a medio termine. E si potrebbe anche proporre un abbonamento a 120 euro che comprenda il mensile più una decina di libri o dvd, dal prezzo medio di 10 euro o più: una sorta di abbonamento a tutto-Carta, che presupporrebbe dare più qualità, coerenza e programmazione ai libri e ai dvd. E d’altra parte ogni numero del mensile dovrebbe essere accompagnato da un allegato, un libro o un dvd o altro [su cui potremmo lavorare molto meglio, visto che una parte del lavoro, con il mensile, si potrebbe più agevolmente spostare sul web, per aggiornare e modernizzare il sito, e sulla costruzione di una vera e propria casa editrice, nonché sulla produzione o distribuzione di documentari e film]: gli allegati fissi potrebbero ulteriormente alzare gli incassi del mensile. Anche lavorare sulle edicole, individuando una rete di punti vendita «sicuri» senza alzare la tiratura, sarebbe naturalmente più agevole con il mensile.
Ultima obiezione: ma un mensile si fa con molta meno gente. Tradotto: bisogna mandar via persone. Ora, lo «stato di crisi» significherebbe già quest’anno «mandar via» della gente, cioè le persone che sarebbero pre-pensionate e quelle in cassa integrazione [che poi rientrano, ovviamente], il che significa che il problema del costo del lavoro è almeno parzialmente contenuto, per un anno o forse due, quanto può durare lo «stato di crisi». Il miglior modo di difendere l’occupazione è evitare un crack e gettare le basi della famosa «seconda fondazione», ossia di una architettura del nostro lavoro più adeguata ai tempi, più funzionale e anche più attraente. Quel che non sono disposto a fare, personalmente, è cadere in una situazione di progressivo deperimento di Carta in cui a problemi via via più gravi si risponde con sempre maggiore sfiducia.
Gigi Sullo
 
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