“… ne soldati, né armi…”
Edoardo Bennato, “L’isola che non c’è”, 1980
Secondo una stima del Center for Strategic and International Studies di Washington, in quasi quattro anni di guerra in Ucraina i soldati uccisi, feriti o dispersi sarebbero circa 1,8 milioni: 1,2 milioni russi e 600 mila ucraini. Tra questi, si stimano 325 mila soldati russi uccisi e tra i 100 e i 140 mila ucraini. I numeri esatti sono difficili da verificare: in guerra la propaganda altera tutto. Ma l’ordine di grandezza della tragedia è chiaro.
A fronte di questa devastazione umana, gli avanzamenti sul terreno sono stati lenti e limitati: negli ultimi due anni la Russia avrebbe conquistato circa l’1,5% del territorio ucraino.
“Per conquistare un palmo di terra quanti fratelli son morti di già”, recita una vecchia canzone antimilitarista che purtroppo resta attuale.
Intanto, mentre si accumulano morti e distruzione, crescono le spese militari, si normalizza la presenza dell’esercito nella vita pubblica e si arriva perfino a evocare il ritorno alla leva obbligatoria. Passaggi che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati impensabili diventano progressivamente accettabili.
È qui che torna l’immagine delle “rane bollite” dello studio di alcuni ricercatori americani della “John Hopkins University”, nel lontano 1882: se gettata nell’acqua bollente la rana salta fuori per salvarsi; ma se l’acqua viene scaldata lentamente, finisce per restare fino a morire. Anche noi rischiamo di abituarci poco alla volta alla guerra, alla sua retorica, alla sua inevitabilità raccontata come destino.
Intanto le squadre della Protezione Civile della Striscia di Gaza riportano i dati dell’uccisione di oltre duemila palestinesi causati dall’utilizzo da parte di Israele di armi termiche e termobariche, vietate dalla Convenzione di Ginevra. Si tratta di una parte delle oltre 70mila vittime dei raid di Tel Aviv dal 7 ottobre 2023.
E per tornare a casa nostra, Pasquale Pugliese dal suo blog ci ricorda che
– … nel parco giochi di Magicland di Valmontone, autodefinito “la scuola senza pareti più grande d’Italia”, sono previsti a maggio gli School Days rivolti a classi dalle scuole dell’infanzia alle superiori, che prevedono, tra le altre attività gestite da esercito e forze dell’ordine, anche un’esperienza di “metodo di combattimento militare”, a cura della Scuola di Fanteria, la cui immagine promozionale nel catalogo sembra provenire direttamente da Minneapolis o da Gaza. (…) “Dimostrazione dinamica e interattiva ispirata al metodo di combattimento militare adottato in contesti urbani”, è scritto nella descrizione che prevede il coinvolgimento del pubblico e che continua: “Gli studenti assisteranno a una simulazione realistica di ingresso in un centro abitato con individuazione, immobilizzazione e trasporto di un elemento ostile”.
Tutto questo in un parco giochi, luogo per definizione dell’intrattenimento civile, dove saranno portati scolari e studenti di scuole che dovrebbero essere palestra di pensiero critico, di esercizio di dialogo, di costruzione di relazioni disarmate. (…) la guerra è resa familiare, addomesticata, normalizzata, in una parola, inculcata come scenario da preparare con il coinvolgimento diretto dei più giovani. (…) Quando le forze armate entrano nello spazio sacro della formazione – come accade sempre più spesso in tutto il Paese, per precisa volontà governativa, come documenta l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università – veicolano un messaggio implicito: rendere accettabile in bambini e adolescenti l’idea di prepararsi a fare ciò che, invece, deve diventare tabù. La scuola – come hanno insegnato don Lorenzo Milani e Aldo Capitini – non deve addestrare all’obbedienza, ma educare alla responsabilità e, di fronte alla guerra, alla disobbedienza (…) –
Il 25 febbraio 1915, a Reggio Emilia, Mario Baricchi e Fermo Angioletti – giovani destinati a diventare “carne da macello” – scesero in piazza per contestare l’entrata in guerra dell’Italia. Furono uccisi dal piombo dei Carabinieri del Regio Esercito.
Dalla loro memoria come dai tanti gesti di obiezione e diserzione che ancora oggi ci arrivano dalla Russia, dall’Ucraina, da Israele e da altri Paesi in guerra prendiamo la forza per continuare a disobbedire contro tutte le scelte militariste che stanno compiendo sulle nostre teste … per evitare di fare la fine delle rane bollite e non restare immobili mentre l’acqua si scalda.
Per questo, come cooperativa che ha nel proprio DNA l’obiezione monetaria e la costruzione di un’economia di comunità, sentiamo il bisogno di rendere visibile una posizione chiara e pubblica contro la guerra e contro ogni processo di militarizzazione.
La proposta che vi facciamo è quella di esporre la Bandiera della Pace: un gesto semplice, ma concreto, per affermare che un’altra cultura – fondata sulla cooperazione, sulla giustizia e sulla nonviolenza – è possibile e necessaria.
Se non l’avete in casa, noi ne abbiamo a disposizione di due tipi: quella classica con la scritta “PACE” e quella con il fucile spezzato e la scritta “NONVIOLENZA”, scegliete voi quale preferite ma esponetela ed esponetevi! Il costo è di 10 euro.
La potete trovare in sede Mag6 a Reggio Emilia negli orari di apertura al pubblico.





